Una piccola chiesa dentro il bosco

Tutti conoscono la Sagrada Família. Il Gaudí che voglio raccontare prende invece le mosse da Santa Coloma de Cervelló. Nella chiesa incompiuta della Colònia Güell, comunemente chiamata cripta, la pietra, i mattoni, gli alberi e la luce mi costringono a guardare lentamente. Prima di riconoscere uno stile, incontro un modo di costruire.

Le colonne inclinate non sono capricci grafici. Pietra e muratura resistono bene alla compressione e molto meno alla trazione: orientare i sostegni significa cercare un percorso coerente per le forze. Qui la somiglianza con un tronco non esaurisce il significato della colonna. Conta il rapporto fra ciò che vedo e ciò che la materia è chiamata a fare.

Gaudí non ci ha insegnato soltanto a costruire edifici che sembrano alberi. Ci ha insegnato a interrogarci su come cresce un albero.

Pensare attraverso le forze

Il modello funicolare della Colònia Güell rende concreta questa ricerca. Fili sospesi e piccoli pesi permettevano a Gaudí di studiare l’equilibrio; capovolgendo la configurazione si ricavava una geometria per la costruzione. L’edificio rimase incompiuto e le sue colonne erano pensate anche in relazione alla chiesa superiore mai realizzata. Non possiamo leggerlo come se ogni parte del progetto fosse stata costruita.

Per me è questo il passaggio decisivo: la natura entra nel progetto come processo. Un albero non sceglie prima la propria immagine per cercare poi come sostenerla. Cresce nella relazione fra peso, materia, luce e ambiente. Il confronto è una chiave di lettura, non l’equivalenza letterale fra un organismo vivente e un edificio. Ma cambia radicalmente la domanda che rivolgo all’architettura.

La fotografia del 1989

Durante il mio primo soggiorno di studio a Barcellona fotografai una colonna nel cantiere della Sagrada Família. Dal cemento emergevano i ferri dell’armatura. Quell’immagine mi colpì perché rendeva visibile un altro comportamento strutturale: l’acciaio può assorbire trazioni che la pietra sopporta con difficoltà. Due colonne apparentemente vicine potevano raccontare rapporti diversi fra geometria e materia.

Da quella visione nacque un giudizio severo sul completamento della Sagrada Família, che continuo a sostenere sul piano culturale. Ma una fotografia di cantiere non basta a dimostrare come sia stato concepito un intero edificio. Il confronto deve diventare ricerca: documenti, modelli, fasi costruttive e scelte progettuali devono poter mettere alla prova anche la mia interpretazione.

La critica ha bisogno di una precisazione

Gaudí non escludeva il cemento armato. La documentazione pubblicata dalla Junta Constructora richiama una conferenza di Domènec Sugranyes del 1923, in cui il suo impiego per colonne e volte era già descritto. Inoltre, il cantiere contemporaneo comprende soluzioni diverse: per le torri centrali Arup documenta pannelli strutturali in pietra precompressa. Sarebbe inesatto ridurre tutto a una contrapposizione fra pietra autentica e cemento estraneo a Gaudí.

La mia critica riguarda una questione più profonda: che cosa conserviamo quando proseguiamo un’opera? La sua figura riconoscibile, oppure il metodo che mette in relazione struttura, materia e significato? La straordinaria capacità dell’ingegneria contemporanea non risolve da sola questa domanda. E il successo di un’immagine non costituisce, da solo, la prova della continuità culturale con il suo autore.

Da qui comincia il mio racconto

Considero la Colònia Güell uno dei luoghi in cui la ricerca di Gaudí si lascia comprendere con maggiore intensità. Non perché sia semplice o perché appartenga a un passato senza tecnica, ma perché mi permette di sentire insieme il paesaggio, il lavoro e la costruzione. Qui l’architettura non si limita a ricordarmi un bosco: mi invita a comprenderne le relazioni.

Le due colonne restano così l’inizio della mia storia, non la sua conclusione. Mi accompagnano dal 1989, attraversano la tesi del 1991 e oltre trent’anni di studi. La domanda resta aperta: quando riproduciamo una forma, sappiamo ancora riconoscere le ragioni che l’hanno generata? È da qui che voglio tornare a raccontare Gaudí.

Fonti e approfondimenti

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