Nei primi anni Novanta la Basilica di Fano era, per me, innanzitutto una domanda. Vitruvio ne aveva consegnato al quinto libro del De architectura una descrizione straordinariamente precisa: un’aula di proporzioni monumentali, un ordine gigante interno, due livelli sovrapposti e una luce pensata come parte della costruzione.
Il dottorato fu il luogo in cui provai a trasformare quelle parole in spazio. Il disegno e il primo modello tridimensionale non pretendevano di restituire una certezza archeologica: servivano a verificare la coerenza dell’edificio raccontato dal suo autore.
L’unico edificio descritto da Vitruvio come opera propria può tornare a parlarci non attraverso una copia, ma attraverso le sue tracce, le sue misure e la città che lo conserva.
Dal testo alla città
Nel 2013 proposi di cercare la Basilica nell’area di piazza Andrea Costa. L’ipotesi nasceva dall’incrocio tra fonti, morfologia urbana, testimonianze archeologiche e compatibilità dimensionale. Nel gennaio 2026 il rinvenimento di una colonna di circa un metro e mezzo di diametro, associata a strutture monumentali, ha aperto una fase completamente nuova.
Oggi il compito non è forzare una conclusione, ma documentare, misurare e condividere. La qualità della ricerca si riconosce anche dalla capacità di distinguere ciò che sapevamo, ciò che non sapevamo e ciò che le nuove evidenze permettono finalmente di affermare.
Non ricostruire, ma rendere visibile
La grande opportunità non consiste nel ricostruire materialmente la Basilica. Consiste nel restituire il rapporto tra le tracce, la città contemporanea e l’immaginazione scientificamente fondata di ciò che quell’architettura fu.
Per questo servono scavo, monitoraggio, rilievo continuo, modelli verificabili e una visione urbana capace di liberare la conoscenza prima ancora dello spazio. Se questo è davvero, come è stato detto, un nuovo centro del mondo, deve essere affrontato con la responsabilità e l’ambizione che una scoperta simile richiede.


